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Fr. Domenico Antonio da Roma


Venerabile


Α:  15 gennaio 1746

Ω: 27 ottobre 1813

Cenni biografici

Domenico Antonio nasce a Roma, nella parrocchia di S. Maria in Trastevere, il 15 gennaio 1746, da Sebastiano Galli e Antonia Alberti. Entra nel noviziato di Rieti il 23 (o 28) ottobre 1765. Dopo qualche anno di postnoviziato, si dedica agli studi filosofici e teologici (ordinariamente, sei o sette anni). Per circa 25 anni dimora nel convento di Priverno (Latina), dove più volte ricopre la carica di guardiano o di vicario. Dopo aver rinunciato ad essere superiore nel convento dell’Immacolata Concezione nel gennaio 1801, qualche mese dopo è eletto consigliere provinciale e nominato guardiano di Genzano, dove rimane fino alla fine (27 ottobre 1813). Le vicende politiche e militari del tempo non consentiranno la celebrazione del processo informativo in tempi brevi. Poi, nonostante il processo informativo degli anni 1858-61 e il decreto per l’introduzione della causa canonica (1 ottobre 1868), il silenzio cala di nuovo sulla sua memoria per gli eventi del 1870, con la proclamazione dell’unità d’Italia e la soppressione degli Ordini religiosi.

Pensieri del Venerabile Antonio Maria da Roma

  • Quando dimoro ove Dio mi vuole, mi trovo nel mio centro, e vivo quieto e tranquillo.
  • Speranza e amore hanno da far correre il carro verso la patria beata.
  • Il sacerdote deve diffidare del proprio giudizio e pregare, ricordando che il primo direttore è Dio, che si sceglie le anime, mentre l’uomo non sa niente delle vie del Signore.
  • Il vero servizio di Dio non consiste nell’esser quieto o provare consolazione in amarlo, ma nel volere e nel fare quello che Dio vuole con una volontà generosa, forte e costante.
  • Il servir Dio è regnare, non essere in galera; è avere uno scettro, non un remo; è esser figlio, e non schiavo; è operare per amore, e non per timore.
  • Chi ama Dio in mezzo alle sofferenze e alle tenebre, non si può negare che il suo amore sia forte, sostanzioso e virile.
  • L’amor proprio è un verme che s’insinua con tanta sottigliezza in ogni cosa; una certa interna spirituale vanità e compiacenza induce ad appropriare a se stesso quel che è dono di Dio.

Una saggia guida spirituale

Erano tempi difficili quelli in cui visse padre Domenico Antonio. Nel 1789 era scoppiata la rivoluzione francese con il suo retaggio di violenze e di guerre in tutta Europa.

Tra deportazione e soppressione

Il 15 febbraio 1798 l’esercito francese entrò in Roma e favorì il sorgere della Repubblica Romana. Il papa Pio VI venne deportato prima in Toscana e poi in Francia, dove morì. Nel 1800 il nuovo papa poté tornare a Roma, ma nel maggio del 1809 Napoleone decretò la fine del potere temporale dei papi e deportò in Francia Pio VII.  Non solo, ma il 7 maggio 1810 Napoleone ordinò la soppressione di tutti gli Ordini religiosi e ne incamerò i beni. Dopo la fine dell’impero napoleonico con la sconfitta di Waterloo, nel gennaio del 1814 il papa fu liberato e tornò a Roma nel suo Stato ricostituito. Tra comprensibili difficoltà, la vita dei sacerdoti e della Chiesa poté riprendere normalmente.

Nel convento di Rieti

A 19 anni Domenico Antonio era entrato nel convento di Rieti per iniziare l’anno di noviziato tra i cappuccini. Dopo gli studi filosofici e teologici venne consacrato sacerdote e inviato a Priverno. Quì, por incarico di Pio VI, visitò diversi monasteri per ristabilire la vita ordinaria degli Istituti religiosi dopo la bufera della soppressione napoleonica. Nominato guardiano a Genzano di Roma, affidò completamente al suo vicario Il disbrigo degli affari amministrativi, riservandosi la guida spirituale e disciplinare della comunità. Nonostante il suo atteggiamento fermo e rigoroso, i frati erano contentissimi, sia per l’esempio che dava, sia per l’umiltà con cui svolgeva anche i servizi umili della casa. Questo rientrava nel suo impegno di vita penitente, una penitenza di stampo antico, con veglie, privazioni volontarie, generosa disponibilità dentro e fuori il convento. Diversi testimoni affermano che era molto parco a pranzo, mentre la sera non cenava affatto; digiunava in pane ed acqua tutte le vigilie delle feste della Madonna e tutti i sabati dell’anno. I testimoni lo ricordano come un religioso mite, tutto dedito alla preghiera e amante della solitudine, che lasciava solo per accorrere al confessionale o per visitare i malati: “non appariva mai stanco nelle cose di Dio”. Sia a Priverno che a Genzano, si dedicava lungamente alla preghiera di giorno e anche di notte. Era un innamorato della Madonna; ne parlava continuamente e raccomandava agli infermi di pregarla intensamente. Tra le altre sue devozioni particolari vengono ricordate anche quella all’Eucaristia, ai misteri della passione di Cristo e in particolare alla Via Crucis, che praticava dopo la recita del mattutino notturno, nonché alla santa monaca cappuccina Veronica Giuliani. Di solito celebrava la Messa da solo e la mattina molto presto. Dopo la consacrazione era assalito da una specie di tremore che lo costringeva ad appoggiarsi all’altare oppure a sedersi.  Qualcuno ebbe la sensazione che soffrisse di vertigini o che fosse rapito in estasi.  Alle prediche, nelle quali riusciva molto bene, preferiva tenere corsi di esercizi spirituali ed ascoltare le Confessioni.

Generoso e accogliente

Da un punto di vista umano, la cosa che più colpiva era il suo atteggiamento modesto e sereno; con tutti aveva un rapporto accogliente e una grande generosità.  In particolare, si intratteneva volentieri con i bambini che incontrava per strada. Sia a Genzano che a Priverno, distribuiva personalmente ogni giorno la minestra ai poveri alla porta del convento. Spesso “si toglieva di bocca anche del proprio vitto per farne parte ai poveri”. Ma i tempi erano difficili e le necessità dei poveri erano molto più grandi dei mezzi di cui egli potesse disporre. Visitava abitualmente i malati e i carcerati, per una parola di conforto, per ascoltare le confessioni, portare la comunione, se necessario, offrire un aiuto materiale. Impegno costante della sua vita fu anche portare pace e concordia tra le persone, specialmente nelle famiglie, anche rischiando di persona.  Una volta a Genzano aveva fatto fatto tornare dal marito una donna che si era allontanata da casa. La pace tornò tra i due sposi, ma il fratello della donna affrontò padre Domenico con insulti e minacce, chiamandolo “frataccio”, e giunse perfino a prenderlo a sassate. Durante la soppressione degli Ordini religiosi decretata da Napoleone, padre Domenico Antonio avrebbe voluto continuare come prima la sua opera di bene, ma nel maggio del 1810 fu costretto – come tutti i religiosi – a rinunciare al saio cappuccino per indossare quello di prete diocesano, e dovette pure radersi la barba.  Poi, il 28 giugno 1810, fu espulso dal convento con la forza.  Insieme agli altri religiosi fu generosamente ospitato nella casa del duca Cesarini. A chi gli faceva osservare che quei provvedimenti persecutori non erano giusti, diceva “Dio vuole così”.  Finalmente, avendo il duca Cesarini ottenuto il convento in affitto, i frati poterono tornarvi e riprendere la vita di sempre, anche se sotto il nome di ex cappuccini.

L’assedio al confessionale

Passava le sue giornate chiuso nel confessionale, assediato da gente di ogni categoria.  Quando ne usciva, andava alla ricerca di quelli che non venivano affatto. Di fatto, tutti a Genzano si rivolgevano a padre Domenico Antonio sia per la confessione che per avere dei consigli spirituali. A lui si accorreva per motivi diversi e da varie città: da Albano, ad esempio, veniva a trovarlo Giovanni Battista Iacobini, rettore del locale seminario vescovile e in seguito vescovo di Bagnoregio; da Priverno veniva un certo “Zaccaleone, prefetto del governo francese”, come anche altri distinti personaggi, tra i quali il conte Castaldi, sindaco di Genzano.  Alcuni di queste persone collaboravano con il governo che aveva soppresso gli Ordini religiosi, ma il santo confessore non negava l’ascolto e il consiglio a nessuno. A Genzano fu confessore delle Maestre Pie e andava spesso ad Albano per assistere spiritualmente un altro monastero. Per sette anni si prese cura della direzione spirituale delle monache del monastero di santa Chiara di Priverno, dove regnò “perfettissima pace”.  Nelle sue lettere padre Domenico scrive del “bel giardino di Piperno”.  E non intendeva soltanto le monache, ma, come disse la signora Angela Maria Mantuano “avrebbe fatto delle giovani di Piperno un giardino se avesse continuato a dimorare in questa città”.

Il beato transito

Padre Domenico Antonio si spense nel convento di Genzano il 27 ottobre 1813 “per la forza di idropisia di petto” (idropneumotorace), dopo aver implorato la benedizione di Dio sui presenti, estendendola anche “a tutte le anime sue penitenti, tutti i suoi benefattori, con voce chiara”. Il corpo fu imbalsamato e quindi sepolto nella chiesa del convento. I suoi devoti spesso si recavano a pregare sulla sua tomba.